4308-logo finale1.jpeg

Social

Link utili​

Contatti

Contatti

Termini e Condizioni

Privacy Policy

Cookie Policy

Puoi contattarci scrivendo direttamente al Presidente all'indirizzo mail: famiglieinrete2021@gmail.com

Vedi l'elenco completo del nostro staff

Puoi contattarci scrivendo direttamente al Presidente all'indirizzo mail: famiglieinrete2021@gmail.com

Vedi l'elenco completo del nostro staff

Seguici sui Social


facebook

Non ero stanca, ero depressa: la storia che stavo per non scrivere mai

2026-01-16 21:25

Famiglie in rete

Lettere all'Associazione, salute-mentale, diagnosi, autobiografia, depressione, recovery, terapia, cura,

Non ero stanca, ero depressa: la storia che stavo per non scrivere mai

Racconto la mia storia perché la disinformazione uccide. Perché dire a qualcuno “non hai motivo per stare così” può essere l’ultima spinta verso l'abisso

immagine1.png

Per molto tempo ho pensato di essere solo stanca. Stanca del lavoro, del master in diritti umani, dell’essere adulta, del dover sempre reggere tutto. Pensavo fosse normale sentirsi così. Che la vita, col tempo, diventasse semplicemente più pesante. Nessuno mi aveva detto che la depressione non sempre urla, a volte sussurra. Che non sempre fa male, a volte anestetizza. Che non sempre si manifesta con la tristezza, ma con un’apatia così profonda da cancellarti lentamente.


Ho smesso di provare piacere per tutto ciò che mi definiva. Le lunghe conversazioni con gli amici in un bar, le storie dei miei studenti, i libri che prima mi salvavano, la musica che mi attraversava l’anima. Tutto è diventato grigio, piatto, irrilevante. Non volevo alzarmi dal letto. Poi non volevo uscire di casa. Nemmeno quando il cielo era azzurro, quando la mia città era bellissima e quando, in teoria, la vita mi stava sorridendo.

 

Mia madre diceva che ero esausta. Io stessa ci ho creduto. E non per cattiva volontà, ma perché così ci hanno insegnato. Perché nessuno ci educa alla salute emotiva. Perché nella salute mentale la disinformazione non è solo ignoranza: è un assassino silenzioso. Uno che si nasconde dietro frasi come “forza di volontà”, “andrà tutto bene”, “non hai motivi per stare così”.

Ho toccato il fondo quando non ho perso solo la motivazione per i miei sogni, ma per la vita stessa. Quando mi svegliavo senza desiderio, senza scopo, senza futuro. E allora una frase ha cambiato la mia storia. Un medico di famiglia mi ha guardata e mi ha detto:
Non sei stanca, sei depressa”.

 

La mia prima reazione è stata negarlo con tutte le forze. Depressa io? No. Non ero triste. Non piangevo tutto il giorno. Non volevo morire — o almeno così credevo. Ero annoiata, demotivata, spenta. Oggi so che anche quella negazione faceva parte della malattia.


Mi ha dato una richiesta per una visita psichiatrica. Non ci sono andata. L’ho evitata per settimane. Perché accettare aiuto significava ammettere che qualcosa dentro di me stava andando molto male. E più evitavo, più la mia mente diventava buia. Le lacrime hanno iniziato a uscire senza permesso. Non riuscivo più a godermi nemmeno il sapore del mio gelato preferito. I miei amici, con amore e smarrimento, mi chiedevano: “Perché sei così? Sei giovane, bella, intelligente, i tuoi progetti vanno bene, hai la salute”.
E io pensavo la stessa cosa. Eppure non riuscivo a sentire nulla.


Alla fine ho accettato la visita, ma online. Non volevo uscire di casa. Durante il colloquio ho parlato pochissimo. Ero irritabile, chiusa, sulla difensiva. Pensavo: come può aiutarmi quest’uomo se nemmeno io so spiegare cosa mi succede? Sono uscita con una prescrizione di antidepressivi e con una diagnosi che mi ha spaventata più di ogni altra parola: depressione cronica.


Ho iniziato la terapia farmacologica quasi per sopravvivenza. Dovevo finire gli studi. Non potevo continuare così. E lentamente qualcosa ha cominciato a cambiare. L’angoscia quotidiana che mi assaliva ogni giorno dopo le cinque del pomeriggio è scomparsa. Ho ricominciato a sorridere, timidamente, guardando video assurdi su Instagram. La motivazione è tornata a piccole dosi. Abbastanza per andare avanti.


Mi sono anche riavvicinata a Dio. A una spiritualità che era sempre stata un rifugio e che la depressione mi aveva sottratto senza che me ne accorgessi. Perché la depressione non ti ruba solo l’energia, ti ruba anche la fede, la speranza, l’identità.


Ho preso antidepressivi per un anno. A quel punto il mostro che si era impossessato di me non c’era più. Stavo tornando. La mia risata, la mia curiosità, il mio desiderio di vivere. Ma non volevo dipendere dai farmaci per sempre. Avevo paura, sì, ma avevo anche qualcosa che prima non avevo: strumenti.


Ho costruito una routine che è diventata la mia ancora. Scrivere ogni giorno gratitudini diverse. Dormire bene. Scegliere il contatto umano invece della vita virtuale. Ascoltare il mio corpo e la mia mente. Ho smesso i farmaci con la paura di ricadere, perché sapevo una cosa terribile: quando sei lì, non vuoi morire, ma non vuoi nemmeno vivere. E chiedere aiuto è l’ultima cosa che riesci a fare.

immagine2.png

La routine ha funzionato. Ho ritrovato il desiderio di esplorare, di scoprire, di sognare. Ho avuto una piccola ricaduta, ma questa volta non ero sola. Ho chiesto aiuto. Con l’accompagnamento del mio psichiatra e un supporto naturale, sono andata avanti.


No, la mia mente non è guarita magicamente. Non esiste un lieto fine perfetto. Guarire è un lavoro quotidiano. Ma oggi so una cosa che mi salva ogni giorno: quel buco nero non era la mia casa definitiva. Che non mi sono lanciata dall’undicesimo piano in cui vivo. Che, anche senza chiederlo consapevolmente, l’aiuto è arrivato.

Racconto questa storia perché il silenzio uccide. Perché la disinformazione sulla salute mentale uccide. Perché dire a qualcuno “non hai motivo per stare così” può essere l’ultima spinta verso l’abisso. Chiedere aiuto non mi ha resa debole. Mi ha tenuta in vita. E essere ancora qui, a scrivere queste parole, è il mio più grande atto di resistenza.

 

Lorena Castaño Álvarez

Questo sito web è realizzato su Flazio

Consulenza per design, configurazione e progettazione di Carmelo Greco - Digitalify