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Si poteva evitare la tragedia di Modena?

2026-06-09 22:38

Famiglie in rete

Lettere all'Associazione, salute-mentale, cura, diritto,

Si poteva evitare la tragedia di Modena?

Il tema della difficoltà di adesione alle cure va affrontato senza ipocrisie.

Riportiamo la lettera di una nostra socia al quotidiano Avvenire. 
Il tema è delicato e si presta a molte incomprensioni e a qualche strumentalizzazione, ma è un problema reale che deve essere affrontato.


Buongiorno,
giro qualche considerazione nella mia doppia veste di familiare e figura professionale.
 

Purtroppo anche noi in famiglia abbiamo corso grossi rischi in relazione alla grave patologia psichiatrica di mio figlio e nel 2021 e 2024 e' stata necessaria una nostra denuncia alla quale non e' seguita alcuna risposta terapeutica da parte dei servizi se non la carcerazione.
La tragedia di Modena scuote tutti perché mette insieme dolore, paura e una domanda difficile, si poteva evitare?
Nella vita quotidiana prevedere con certezza un gesto estremo è spesso molto più complesso di quanto sembri dopo i fatti.
Da quello che emerge pubblicamente, El Koudri aveva avuto contatti con i servizi di salute mentale e poi aveva interrotto le cure.
Questo apre un tema reale e delicato, cosa succede quando una persona fragile rifiuta il percorso terapeutico, sparisce dai radar o non ha più una rete familiare e sociale capace di contenerla?
 

È importante distinguere ed evitare un collegamento automatico tra disturbo psichico e violenza.
La grandissima maggioranza delle persone con sofferenza mentale non è violenta ed è molto più spesso vittima di isolamento, stigma e abbandono.
Ma esiste una minoranza di situazioni ad alta complessità aggravate da dipendenze, isolamento, deterioramento sociale, rifiuto delle cure, assenza di controlli periodici dove il sistema oggi mostra limiti evidenti.
Ed è qui che la soluzione è necessaria.
Ci sono almeno alcuni nodi che molte famiglie e operatori denunciano da anni:

  • servizi territoriali sovraccarichi e con poco personale;
  • continuità terapeutica fragile dopo le dimissioni o dopo l’interruzione delle cure;
  • difficoltà ad intervenire quando una persona rifiuta tutto ma mostra un progressivo deterioramento;
  • le famiglie lasciate sole a gestire situazioni ingestibili, senza giusti strumenti; scarsità di strutture intermedie e progetti personalizzati; poca integrazione tra salute mentale, servizi sociali e giustizia.


Molti familiari chiedono oggi non un ritorno ai manicomi che sarebbe un errore storico, ma strumenti più efficaci di presa in carico continuativa, monitoraggio e intervento terapeutico precoce nei casi gravi con una presa in carico assertiva e proattiva, come peraltro definito nel Piano di Azioni Nazionale per la Salute Mentale 2025-2030.
Il tema dell’aderenza alle cure va affrontato senza ipocrisie. Se una persona interrompe ogni contatto, i servizi hanno margini limitati finché non avviene una crisi conclamata.
Quindi sì, qualcosa probabilmente va ripensato:

  • più prevenzione,
  • più supporto alle famiglie,
  • maggiore continuità assistenziale,
  • interventi domiciliari intensivi con equipe multidisciplinari
  • strumenti giuridici e sanitari d’intervento per i casi di grave rifiuto delle cure associato a rischio concreto.

Il punto difficile è trovare equilibrio tra libertà individuale, diritto alla cura e tutela della collettività.
Ed è un equilibrio che oggi, in molte situazioni, appare troppo vulnerabile e insicuro.
 

Lunedi 18/5 u.s., dopo 6 anni di lotte e numerosi rischi corsi anche da noi familiari , è stata riconosciuta l' incapacità totale di intendere e volere, la non imputabilità e l'avvio a REMS per due anni di mio figlio F. che si e’ trovato nuovamente in carcere, luogo sicuramente non idoneo per una patologia psichiatrica cosi grave.
Il problema e' che in tutto questo tempo la sua capacità di mentalizzazione è ormai persa
Ora è in piena fase maniacale e in carcere vi è stata grossa difficolta a stabilizzarlo con la necessità di tre TSO extraospedalieri.
La storia di mio figlio è davvero vergognosa in quanto la sua diagnosi di ADHD DOP è nota dall' età pediatrica, il disturbo borderline ha avuto un riscontro precoce (a 16 anni) e da 5 anni come professionista ho ripetutamente segnalato nei quattro TSO a cui e' stato sottoposto che ha anche un disturbo bipolare tipo I , ora finalmente riconosciuto da valido CTU.
Ha un'invalidità in gravità con comma 3 riconosciuta dall'età infantile, a scuola ha sempre avuto sostegno con copertura totale / PEI, invalidità civile, Amministratore di Sostegno terza persona dal 2021 e legge 68 dai 19 anni.
Valida rete ADS e penalista.
CPS (Centro Psico Sociale) ed equipe forense inesistenti da tempo.
Qui il tema grave da considerare è anche quello della mancata transizione dai servizi di neuropsichiatria infantile al Centro di Salute Mentale, F. a 18 anni si e' potuto sospendere la terapia farmacologica con metilfenidato e la UONPIA / Centro ADHD pediatrico a cui in carico non ha potuto effettuare un efficace passaggio a Centro ADHD Adulti e CPS/ SERD.
Noi non abbiamo ricevuto supporto neanche come familiari, economicamente sono a carico nostro in regime privatistico tre psicoterapeuti, ma e' stato un investimento per una buona integrazione del trauma per tutti noi familiari.
 

Noi per F. in qualche modo riusciamo a rimanere "un porto sicuro"... sa di non essere solo. E la misura di sicurezza e' stata disposta a tutela degli altri e della sua stessa incolumità.
Ma in situazioni in cui non vi sono queste possibilità?
 

Dott.ssa Chiara Gori
Specialista in Neurologia
Psicoterapeuta cognitivo-comportamentale
Collaboratore AIFA APS ( Associazione Italiana Famiglie ADHD)
www. aifalombardia.org; www.associazioneaifa.it
Collaboratore Famiglie in Rete Salute Mentale www.famiglieinretesalutementale.it

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